15 Giugno 2021

Possiamo discutere su chi sia l’attaccante più forte di tutti i tempi, ma né Maradona né Pelè ai tempi d’oro avrebbero potuto giocare più partite una di seguito all’altra senza affaticarsi. Tanto meno Ronaldo, Messi e qualunque altro top player di oggi, anche se sono seguiti dai migliori preparatori in circolazione e possono contare sulle strategie di recupero più moderne.

Il calcio induce una fatica neuromuscolare che richiede diverse ore di recupero come dimostrò lo studio condotto dai ricercatori del Centro Ricerche Mapei Sport Match-Related Fatigue in Soccer Players pubblicato nel 2011 sul Medicine & Science in Sports & Exercise, il giornale ufficiale dell’autorevole American College of Sports Medicine.

Ermanno Rampinini, Andrea Bosio, Ivan Ferraresi, Andrea Petruolo, Andrea Morelli e Aldo Sassi determinarono la misura in cui l’affaticamento neuromuscolare si verifica in giocatori professionisti di alto livello e il suo recupero dopo una partita, esaminando la sua relazione con gli indicatori di fatica centrale e periferica. Sottoponendo 20 giovani calciatori di un club di Serie A ad alcuni test per valutare vari parametri legati alla loro performance (ad esempio forza e potenza muscolare, oltre alla capacità dei calciatori di attivare i propri muscoli) hanno analizzato le prestazioni degli atleti prima, immediatamente dopo, a 24 e 48 ore dalla fine della partita.

Subito dopo un match di 90 minuti è stata evidenziata la presenza di fatica neuromuscolare testimoniata da una riduzione della forza massima e della velocità di sprint dei giocatori. Oltre ad una riduzione di alcune qualità fisiche è stata verificata anche una parziale riduzione delle abilità tecniche dei giocatori, come la capacità di passaggio, indubbiamente rilevanti per la prestazione nel gioco del calcio. È interessante notare che la riduzione di prestazione era determinata da una combinazione di fattori definiti di tipo centrale e di tipo periferico. In altre parole, la fatica generata da una partita è parzialmente da attribuire ad una minor efficienza a livello muscolare periferico ma anche ad una riduzione di funzionalità a livello del sistema nervoso centrale o se preferiamo a livello del cervello e del midollo spinale.

Dalla ricerca è quindi emerso che la fatica indotta dall’ora e mezza di gioco è dovuta a una combinazione di fattori centrali e periferici e questa fatica rimane presente per alcune ore dal termine della partita. Sembra infatti esserci un legame tra indicatori di fatica centrali e diminuzioni delle prestazioni di forza massima e sprint, mentre l’indolenzimento muscolare sembra essere collegato agli indicatori di fatica periferici, in particolare alle risposte meccaniche a stimolazioni a bassa frequenza.

Il livello di affaticamento sembra essere legato al livello di preparazione (e quindi competitivo) dei giocatori, con gli atleti di più alto livello che sono in grado di limitare il livello di affaticamento indotto dalla partita e hanno una capacità di recupero post-partita decisamente più rapido. Questo però è un aspetto che forse ognuno di noi conosceva già osservando la nostra faccia sconvolta dopo il calcetto con gli amici e paragonandola ai visi relativamente rilassati dei campioni nelle interviste post-partita…